Di fronte al naufragio, ripensare i confini (dell’Io e del Noi)

3ottobredi Giorgia Serughetti

Potrebbe essere la più grande tragedia di sempre nel Mediterraneo quella della notte scorsa. Non era inevitabile, non lo è stata nessuna delle quasi 25mila morti avvenute dal 2000 ad oggi lungo questa rotta migratoria. C’è una responsabilità politica dietro ognuna di queste stragi, e le soluzioni politiche che occorrono sono molto chiare. Basta leggere gli appelli di questi giorni delle organizzazioni umanitarie e della società civile, per esempio qui, qui o qui.

Ma è di tutte e tutti noi il dovere di riflettere su quale modello di civiltà, di convivenza, vogliamo sostenere, e più in profondità su quale visione della condizione umana vogliamo porre al centro dell’azione politica. Avevo scritto le parole che riporto qui sotto all’indomani del naufragio del 3 ottobre 2013, quando persero la vita in mare oltre 360 migranti. Nell’incidente avvenuto sabato notte si temono 900 morti. I problemi che ponevo allora credo che siano più vivi che mai.

«Nessuna immagine è potente come quella del naufragio nel risvegliare la nostra consapevolezza della precarietà dell’esistenza umana. È la figura più evocativa forse perché la più antica. Da secoli, in letteratura, il topos del naufragio è l’incontro con l’ignoto, l’oscurità, l’inconscio, è la linea d’ombra in cui la ragione si perde. È l’abisso in cui il mortale va incontro alla morte.

I morti del Mediterraneo non sono solo la tragica evidenza di perduranti emergenze umanitarie, o di povertà croniche che spingono a intraprendere viaggi in condizioni spaventose, sfidando la natura e la crudeltà dei propri simili. Ci parlano di “vite precarie” – come titola il saggio di Judith Butler (Meltemi, 2004) scritto dopo l’11 settembre e gli orrori prodotti dalla “guerra al terrore” –, ci parlano della vulnerabilità della condizione di ogni essere umano. E così ci interrogano sullo Stato-nazione, su un corpo collettivo che cerca un illusorio quanto pericoloso riparo a questa vulnerabilità erigendo barriere insuperabili.

È Butler a suggerire un parallelo tra la vicenda dello Stato e quella del soggetto, e così a criticare, affermando la necessità di superare una nozione (maschile, fallocentrica) del soggetto sovrano, autonomo, autofondato, una altrettanto obsoleta visione dello Stato-nazione che si difende rafforzando il suo involucro esterno ed esercitando violenza verso l’Altro come nemico.

La psicosi dell’“invasione” che ha prodotto consenso intorno a politiche indegne di un paese democratico, come quelle dei respingimenti in mare, è il riverbero, e a sua volta si riverbera sull’ansia con cui l’Io difende i propri confini. E il razzismo, l’omofobia, il sessismo, la violenza sulle donne, sono tutti fenomeni – psichici e sociali – da comprendere a partire da questa paura che accompagna le relazioni di dipendenza e di prossimità.

Ciò che un soggetto sovrano e uno Stato sovrano così concepiti rifiutano è la possibilità della dipendenza tra esseri umani e dell’interdipendenza globale: la permeabilità del confine che riguarda ogni individuo e fonda la possibilità stessa delle sue relazioni con gli altri, dentro lo Stato e attraverso il pianeta.

Il riconoscimento della vulnerabilità come caratteristica dell’umano è alla base della possibilità del riconoscimento e della convivenza. Riconoscersi reciprocamente come esseri strutturalmente dipendenti è il punto di partenza per immaginare un mondo in cui la vulnerabilità sia protetta e non annientata.»

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2 pensieri su “Di fronte al naufragio, ripensare i confini (dell’Io e del Noi)

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