Educazione e genere: la polemica non aiuta

genderdi Stefano Ciccone*

Che cos’è l’educazione sul genere?

Esiste un’educazione che oggi prescinda dal “genere”? No. Il genere come costruzione sociale organizza gerarchicamente le differenze, implica la complementarietà tra “femminile” e “maschile” e la negazione di orientamenti sessuali e affettivi diversi dalla norma eterosessuale. Siamo immersi in questo ordine al punto da percepirlo come naturale: come ci disgustano cibi o comportamenti considerati normali da altre culture, così ci mette a disagio vestire o indossare colori che culturalmente sono “propri” dell’altro sesso; ma anche nel nostro modo di sederci, di camminare corrispondiamo a posture maschili e femminili. Quando sentiamo imbarazzo o disagio per una postura, per un eccesso di intimità, per un senso di inadeguatezza, o quando ci gratifica il riconoscimento delle nostre qualità,  ne sperimentiamo la forza.

L’alternativa non è dunque se tenere conto o meno del genere a scuola, ma se assumerlo come un ordine invisibile e inconsapevole, e dunque immutabile, oppure se fare dei percorsi di apprendimento e delle relazioni pedagogiche un’occasione per una maggiore consapevolezza dei ruoli e i modelli di riferimento del nostro ordine di genere che è differente da quello di altre epoche e latitudini ma che noi naturalizziamo ed eternalizziamo.

Ma affrontare criticamente questi modelli stereotipati non vuol dire né voler rimuovere le differenze, né imporre nuove regole o modelli culturali. Se proponessimo nelle scuole la predica del politicamente corretto che edulcora conflitti e differenze, risulteremmo noiosamente ininfluenti, più che manipolatori. Fare educazione sul genere non propone l’osservanza di un’altra norma ma offre strumenti per leggere la realtà e rendere visibili le regole che legano le nostre vite, svela la falsa naturalità di ruoli e attitudini, mostra come scavino nei nostri corpi fino a farci pensare che ne siano parte sin dall’origine.

Laici vs cattolici?

Contro queste iniziative si sono sviluppate molte polemiche prodotte da una parte del mondo cattolico ma anche una reazione nella cultura del senso comune veicolata nei media mainstream. Non c’è da stupirsene: a prescindere dalla distorsione strumentale si tratta di un discorso che sottopone a critica riferimenti culturali condivisi, modelli sociali consolidati, relazioni di potere tra i sessi e tra istituzioni sociali e persone. Questo ci porta a comprendere che non si tratta di una mera integrazione tematica nell’offerta formativa ma di qualcosa che è trasformativo, che “sposta” equilibri, relazioni e culture nella società. Ma la forma che assume questo conflitto è ambigua e va osservata con attenzione. Per non farne un’occasione di arretramento e di involuzione.

Credo innanzitutto che sia un errore porre questa discussione in termini di contrapposizione tra laici e cattolici: perché gli stereotipi di genere sono trasversali a tutte le culture, ma soprattutto perché questa polarizzazione nasconde una riflessione ricchissima e un conflitto in corso nel mondo religioso, nel mondo cristiano e nel mondo cattolico. Proprio in questi mesi ho conosciuto meglio le riflessioni delle teologhe cattoliche e protestanti spesso molto più avanzate del dibattito in corso nel mondo “laico”. E proprio di questi mesi sono i seminari e le pubblicazioni di confronto con i femminismi musulmani.

Il confronto sulla domanda di riconoscimento delle singolarità, della resistenza di ogni singola esistenza all’omologazione a un modello normativo, la comune tensione a contrastare giustificazioni dell’ordine gerarchico tra le persone e della impari dignità delle differenti esistenze sono terreni di ricerca comune tra chi ha una cultura religiosa e chi no. Oltre le “sentinelle in piedi”, immobili nell’affermazione di principi sordi alle vite concrete e al confronto, ci sono molti e molte cristiane in cammino e in ascolto del mondo portatori di una domanda autentica di liberazione.

Teoria queer vs differenza?

Ma quella tra “laici” e “cattolici” è solo la polarizzazione più esplicita e radicale. Mi ha colpito come questa discussione abbia generato polemiche tra donne (e uomini) impegnate/i nel femminismo e nel movimento Lgbt con prospettive teoriche ed esistenziali differenti. Mi colpisce la tendenza a trasformare ogni conflitto in guerra corredata di insulti, sospetti e reciproche svalutazioni. E mi colpisce la tendenza diffusa a semplificare la posizione altrui fino a renderla una caricatura. Una modalità che impoverisce tutte e tutti.

La riflessione critica sul genere (non la vagheggiata “teoria del genere”) non propone la neutralizzazione e nemmeno l’interscambiabilità delle identità, ma valorizza l’irriducibile singolarità incarnata di ognuno e ognuna assumendo le differenze fuori da un ordine gerarchico. Ma ci sono contraddizioni e semplificazioni? Sì. Credo, ad esempio, che la resistenza a una rappresentazione schiacciata sulla fissità di un dominio maschile e una immagine di soggezione o complicità femminile abbia spesso enfatizzato una rappresentazione ottimista e fiduciosa della performatività del linguaggio.

A questa latente “fantasia di onnipotenza” fa riferimento, ad esempio, Pieroni: «L’esito delle interpretazioni costruzioniste più radicali è […], spesso, una sorta di delirio di onnipotenza che fa del corpo un mezzo per l’identità e non concede ad esso limiti, così come non concede limiti all’interventi sul mondo da noi stessi fittiziamente separato» (O. Pieroni, Pene d’amore, Rubbettino 2002)». Il riferimento a un soggetto artefice di se stesso, padrone del corpo è particolarmente significativo per una riflessione critica sul maschile e sui modelli di libertà maschile con cui siamo cresciuti.

A questa e a molte obiezioni rivolte alla teoria queer Judith Butler risponde: «E se io insistevo sul fatto che i corpi sono, in un modo o nell’altro, costruiti, forse pensavo veramente che le parole da sole avessero il potere di fabbricare i corpi con la loro sostanza linguistica? […] perché se dovessi dimostrare che i generi sono performativi vorrebbe dire che io penso che uno si alza la mattina, indugia davanti all’armadio per scegliere il proprio genere, lo indossa per tutto il giorno, poi lo ripone ordinatamente la sera. […] certamente una teoria di questo tipo ripristinerebbe la figura umanista di un soggetto che sceglie, al centro di un progetto la cui insistenza sulla costruzione sembra dichiarare l’esatto contrario» (Judith Butler, Corpi che contano. I limiti discorsivi del “sesso”. Feltrinelli 1996).

Credo importante far notare che questo chiarimento Butler ce lo fornisce non a fronte delle polemiche di questi giorni ma in un suo testo del 1993 pubblicato in Italia nel 1996, dunque già vent’anni fa.
A una caricatura della teoria queer viene contrapposto, anche qui con molte semplificazioni, “il femminismo della differenza”. In realtà con questa etichetta si includono spesso tutte quelle prospettive femministe che hanno contestato l’orizzonte emancipazionista, la lotta contro le discriminazioni (che peraltro non andrebbe buttata con leggerezza alle ortiche) che diviene richiesta femminile di inclusione, di assunzione del modello maschile come riferimento.

Ma anche i femminismi della “differenza sessuale” hanno storie, esiti e declinazioni molto differenti. Ci parlano non di una differenza come polarizzazione tra due identità che chiede omologazione all’una o all’altra, ma “l’esercizio del differire” da destini obbligati: «“differenza sessuale” [è] un concetto distinto, perfino divergente, da quello di identità femminile, […] La categoria della differenza è proposta in un’accezione che consente di pensare la singolarità come esistenza incarnata, non unilateralmente ricondotta al linguaggio, quale effetto del suo potere trasformativo, e non condannata alla scissione di corpo e mente, alla polarità tra natura e cultura» (M.L. Boccia, La differenza politica. Donne e cittadinanza, Il Saggiatore, 2001).

Confondere la differenza con l’omologazione a ruoli complementari e gerarchici storicamente costruiti è un fraintendimento, confondere tra “naturalità” e eternizzazione di questo ordine è un imbroglio.

Liberare le differenze da stereotipi e omologazione

Svelare la costruzione sociale dei modelli di genere, dunque, non vuol dire annullare le differenze, ma liberarle dalla loro rappresentazione stereotipata e fissa e, anzi, contrastare l’obbligo all’omologazione. La differenza non è solo quella tra donne e uomini, ma anche quella che io  posso giocare nel mio essere maschio. Al contrario l’unica possibilità di differenza che mi viene proposta socialmente è quella di omologarmi ad un modello maschile fissato.
Come possiamo proporre nelle scuole un discorso che interpreti e rafforzi il desiderio di libertà delle persone e non un approccio normativo? Per farlo abbiamo bisogno di una riflessione consapevole sulle implicazioni teoriche della decostruzione dei modelli di genere. Ma soprattutto di una nozione di differenza non essenzialista e identitaria, di una lettura della performatività del linguaggio non ingenuamente ottimista: insomma di un’idea della soggettività complessa che non rimuova il corpo o il linguaggio. Forse se ragionassimo insieme senza steccati e semplificazioni potremmo costruire pratiche più avanzate di trasformazione.

*Associazione nazionale Maschile Plurale

Annunci

2 pensieri su “Educazione e genere: la polemica non aiuta

  1. Pingback: Di piazze, famiglie e bugie | femministerie

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...