Gender, sex e Vaticano

genderDavvero la cosiddetta “gender theory” cancella la differenza sessuale? E cosa intendiamo per differenza sessuale? Cosa intende Bagnasco quando la esalta come valore? È la stessa di cui ha parlato e parla la tradizione del femminismo della differenza? La confusione e il fraintendimento che regnano nel discorso pubblico ci paiono riguardare non solo l’esistenza di una fantomatica “ideologia gender” ma anche l’idea di differenza che si intende difendere.

Il Presidente della Conferenza episcopale italiana aveva già parlato di “dittatura dell’ideologia del gender”, ed è tornato sul tema nella prolusione al consiglio permanente dei vescovi additando come “transumano” il prodotto finale di tale teoria, un essere umano senza più identità di genere. Chiara Saraceno ha risposto su Repubblica sottolineando come la questione abbia come obiettivo polemico la normalizzazione dei diversi orientamenti sessuali, e metta sotto accusa qualunque ricerca tesa a decostruire identità, ruoli e modelli sessuali e sociali codificati da secoli di patriarcato. Bagnasco attacca cioè lo strumento che decenni di studi hanno utilizzato “per indicare quanto di costruzione sociale — per lo più entro rapporti di potere asimmetrici — ci fosse e ci sia tuttora in ciò che viene definito maschile e femminile.”

Come spiega Chiara Lalli, che su Internazionale ci propone una rilettura delle diverse prese di posizione e teorie del gender, nessuno vuole mettere in discussione la differenza tra maschi e femmine. Esatto, ma il problema di cosa farne della differenza sessuale in un orizzonte di libertà rimane.

Luisa Muraro ribadisce che la differenza non è tra: “La differenza sessuale non è tra, è in. Mi è interna, inerisce alla mia esistenza e io così la concepisco, così la vivo, come qualcosa da cui non posso prescindere, anche volendo.” Sullo sfondo c’è la polemica con le teoriche del gender, prima fra tutte Judith Butler. Muraro coglie l’apertura a conclusione del capitolo “Fine della differenza?” in Fare e disfare il genere (Mimesis, 2014) e riporta le parole di Butler: “intendo suggerire di non avere alcuna fretta di dare una definizione inconfutabile di differenza sessuale, e che preferisco lasciare la faccenda aperta, problematica, irrisolta, e promettente.” Ma la filosofa italiana passa poi ad attaccare la dismissione della differenza e il “travestitismo” dilagante.

Sempre con Butler polemizza Francesca Izzo: “In questo tipo di teorizzazioni, il sesso, cioè la divisione del genere umano in due (non gli orientamenti sessuali che possono non corrispondere al sesso né tantomeno i comportamenti stereotipati) diventa una mera costruzione discorsiva, sedimentatesi nel corso dei secoli, di valore normativo che limita la libertà e le indefinite possibilità di un individuo.”

Questa tensione tra gender e sex, che attraversa il campo della riflessione femminista non da oggi, si muove (o dovrebbe) su un altro piano, ben distante rispetto all’accusa che viene dal Vaticano. Non sembra che la differenza sessuale di cui parla Bagnasco sia segnata dalla presa di parola femminile, che finalmente l’ha significata in libertà. Nella condanna episcopale del gender non sembra vivere alcun riconoscimento delle soggettività incarnate, ma l’ansia di ristabilire l’“ordine naturale” delle cose. Bisogna insomma ribadire che la famiglia è l’unione eterosessuale finalizzata alla procreazione.

Per tornare all’articolo da cui siamo partite, al testo di Chiara Saraceno: “le parole di Bagnasco testimoniano il persistere di teorie e pratiche che, in nome della natura, vogliono costringere uomini e donne nella corazza di ruoli e destini rigidi e asimmetrici, riduttivi della ricchezza, varietà e potenzialità degli esseri umani. Non è questo che vogliamo per noi stesse e per i nostri figli e figlie.”

Certo non è quello che vogliamo noi. E speriamo che la discussione interna al femminismo non lasci spazio a simili essenzialismi e conservi una profondità e onestà di lettura delle teorie, anche diverse, che si contendono il campo, facendosi guidare dall’istanza comune della libertà dal sesso biologico come destino sociale.

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