Prostituzione, totem e tabù

d'agataLa prostituzione è un tema spinoso, tutt’altro che semplice da affrontare, perché richiama un intreccio complesso di dimensioni altrettanto complesse, come le diseguaglianze sociali, i modelli di genere, la sessualità, le migrazioni, la società dei consumi, il mondo del lavoro, il sistema di Welfare, le libertà individuali, i diritti civili, l’organizzazione spaziale delle città, il confine tra pubblico e privato. Abbiamo l’impressione che anche per questo sia uno dei più grandi rimossi del discorso politico italiano, nonostante i molti disegni di legge depositati in Parlamento nel corso ogni nuova Legislatura (sono 12 solo in questa diciassettesima). Quasi nessuna proposta è mai andata in discussione dai tempi del dibattito decennale sulla legge Merlin. E forse non è sorprendente: basta leggere il bel libro di Sandro Bellassai, La legge del desiderio, per rendersi conto si quanto fu destabilizzante negli anni Cinquanta la proposta della senatrice socialista e di quanto lo sarebbe, ancora oggi, una discussione che scoperchiasse e mettesse a nudo, dentro e fuori le istituzioni, la costruzione della sessualità maschile. Perché è chiaro, è innanzitutto di questo che si parla.

Ce lo confermano i numeri, che parlano di percentuali tutt’altro che irrilevanti di uomini che pagano per il sesso: tra il 10 e il 40% della popolazione maschile nei paesi in cui esistono dati a riguardo. Dunque, se di problema dobbiamo parlare, è certamente un problema che riguarda in primo luogo la sessualità maschile, la costruzione della maschilità, perché non siamo di fronte all’eccezione, alla devianza, alla malattia del maschile, ma a una delle sue forme d’espressione comuni.

Libere o schiave?

Proprio per questo il fenomeno della prostituzione suscita reazioni così accese di condanna o di disagio in parti importanti del mondo femminista. Ma il nodo della sessualità maschile nel cosiddetto “post-patriarcato” scivola ancora, e troppo spesso, nell’ombra dell’eterna questione: le donne che si prostituiscono sono libere o schiave? Autodeterminate o vittime? Come se non vi fosse alcuna via di mezzo tra la sex worker che lavora in piena autonomia e la vittima di tratta costretta con la violenza. Come se non esistesse tra le due figure un’immensa zona grigia, fatta di situazioni differenziate in cui il confine tra costrizione e scelta è spesso mobile e continuamente negoziato. Come se dovessimo decidere noi, donne, tutte, da quale parte stare. Noi vorremmo stare con chi sceglie e con chi non sceglie, rispettare le decisioni di ogni donna sul proprio corpo e insieme lottare perché a nessuna questo diritto di scegliere sul proprio corpo sia mai sottratto. È davvero così difficile?

Quali dati di realtà?

L’appello ai dati di “realtà” è scivoloso, e rischia di risultare strumentale. “La disputa tra femministe che sostengono che dovremmo fare campagne contro la prostituzione come violazione dei diritti umani e quelle che affermano che dovremmo lottare per destigmatizzare e depenalizzare la prostituzione come forma di lavoro non si può risolvere né attraverso un appello ai dati dell’esperienza né facendo affidamento sui dati provenienti dalla ricerca convenzionale”, scrive la sociologa Julia O’Connell Davidson. “Non è difficile trovare sex worker disposte a dare voce all’opinione che esse hanno liberamente scelto la prostituzione come forma di lavoro, e disposte anche a sostenere che la prostituzione permette loro un maggiore grado di controllo sulla loro sessualità di quanto ne abbiano le donne non prostitute; allo stesso modo non mancano prostitute disposte a dare voce all’opinione che la loro esperienza della prostituzione è da paragonarsi a quella dello stupro o dell’abuso sessuale. Poiché le prostitute non sono tutte concordi sull’argomento, è molto facile per i teorici scegliere tra le molteplici teorie al fine di sostenere i loro preconcetti sulla prostituzione”.

Non è su questo piano che risolveremo una disputa trentennale, ma da questo piano non possiamo prescindere. Ascoltare le voci delle persone che si prostituiscono, credere alle donne (e alle transessuali, e agli uomini) quando affermano di farlo per scelta, qualunque sia la ragione, e credere loro quando affermano di essere costrette. Negare loro credito è per noi uno dei peggiori passi falsi che può fare il femminismo.

I nervi scoperti

Sono molti i nervi scoperti in questo dibattito, che fanno deflagrare le conflittualità intorno ad ogni proposta che riguardi le politiche pubbliche. Vorremmo un giorno parlare anche di questo, di leggi e di soluzioni possibili, perché crediamo che si possa aprire una riflessione seria su possibili riforme in materia di prostituzione che sappiano non farsi costringere nell’alternativa rigida tra la criminalizzazione e il bordello. Con una premessa necessaria: che qui non c’è alcun diritto sessuale maschile da sancire, c’è il diritto di donne (e non solo) a non pagare con la vita, la malattia, l’esclusione sociale il fatto di praticare la prostituzione.

Ma come primo passo pensiamo sia indispensabile sottrarre questo tema alle troppe semplificazioni che leggiamo. È importante distinguere la prostituzione dalla tratta e dalla violenza, e accettare che ci troviamo in un campo che riguarda la sessualità, la nostra sessualità, quella di donne e di uomini, e il rapporto tra sessualità e potere. Lo scambio esplicito di sesso e denaro, con la sua fisicità scomoda e scandalosa, tende ad offuscare il rapporto complesso che oggi lega in forme sempre meno ovvie la sfera intima/emozionale e quella economica. E che ci interroga molto da vicino.

Quale sessualità? Quale potere?

Se è vero, come scrive l’antropologa Paola Tabet, che la prostituzione in ogni tempo è una rottura delle regole di proprietà delle donne, e per questo è sempre “un discorso sul e del potere maschile, per diverso che questo potere sia nelle sue espressioni e forme nelle varie società”, è importante interrogarci su quali forme questo potere assume oggi, anche attraverso i meccanismi del mercato e del consumo. Su quali sono oggi, nel nostro mondo, le “regole di proprietà delle donne”.

I corpi in carne ed ossa delle persone che si prostituiscono non devono diventare né totem né tabù. Rispettare le loro singolarità, e farci noi stesse parte del discorso, riaprendo uno spazio di discussione tra donne, e tra uomini e donne, su sessualità, lavoro, consumo, denaro: questa è la strada che vorremmo percorrere.

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